04 ottobre 2016

Caratteristiche generali e problematiche del giocatore italiano

Il Football Americano è uno sport estremamente complesso, non solo nel suo svolgimento in fase di gara, a causa del grande numero di regole, ma anche per le caratteristiche tecnico/tattiche dello sviluppo del gioco.

Non è mia intenzione entrare nel merito di una descrizione esauriente del Football Americano, compito esteso e assai arduo, inoltre il contesto di questo articolo non ne costituisce l’ambiente corretto. Mi preme porre due importanti premesse:

  1. Purtroppo il Football Americano ha una scarsa diffusione in Italia, non tanto dal punto di vista geografico, (essendo fortunatamente presente su tutto il territorio nazionale) quanto per il numero di praticanti; quest’ultimo aspetto risulta di primaria importanza, dato che un team medio necessita di almeno quaranta giocatori.
  2. Non esiste professionismo, sotto alcuna forma, per i giocatori italiani e neppure per i coaches; questo si traduce nel fatto che il movimento si basa esclusivamente sulla smisurata passione che ogni partecipante attivo profonde, impegnando tempo e risorse personali, con una dedizione però di valore “professionistico”.

Ciò su cui sarà incentrato il focus di quanto seguirà è la prospettiva sul giocatore, le problematiche e le specificità in Italia.

Chiariti questi pochi importanti punti, si può passare ad analizzare le quattro più importanti criticità del Football Americano in Italia:

  • difficoltà di reclutamento,
  • qualità degli atleti,
  • tempo,
  • mancanza di standard fisici.

Giocatore di football americano numero 57 riceve una bottiglia da un assistente sul campo.

PROBLEMA 1

Il primo e, a mio avviso più importante problema, deriva da due concause, che ne costituiscono i presupposti. Innanzitutto troviamo la grande barriera culturale che si frappone tra il ragazzo generico medio e il Football Americano: se ci si pensa bene, solo una ristrettissima fascia di popolazione conosce esattamente cos’è questo sport, spesso confuso con il rugby, di cui ne è cugino alla lontana. Segue una scarsissima visibilità sui media, il che rappresenta un muro di accesso alla conoscenza e, come conseguenza diretta, la difficoltà di appassionarsi.

Entrando nello specifico, proprio per la natura “dilettantistica”, raggiungere, con una comunicazione efficace e diffusa, la popolazione target, è un compito molto difficile. Esistono esempi di campagne di reclutamento di successo, però costituiscono ancora fari isolati in un panorama nazionale di profilo ridotto. Sotto questo aspetto è opportuno segnalare che manca anche un idoneo progetto organico nazionale da parte della nostra federazione (FIDAF), mirato, quanto meno, alla diffusione della conoscenza del football.

Da questo prima occhiata si capisce chiaramente che il Football Americano, in quanto sport “di nicchia”, combatte quotidianamente innanzitutto con problemi intrinseci, prima ancora di confrontarsi con la “concorrenza” degli altri sport, favoriti da un maggiore visibilità mediatica e una più facile comprensione.

PROBLEMA 2

Come noto a tutti gli operatori del mondo dello sport, l’Italia ha un pessimo programma di educazione motoria legato al percorso scolastico; anzi, sarebbe più corretto dire che non esiste un programma sportivo nella scuola. Scelta scellerata, considerati i benefici intellettivi legati ad un’ampia e vivace attività motoria, soprattutto nei primissimi anni di vita. L’attività sportiva è demandata alle famiglie su cui gravano molteplici fattori soggettivi: sensibilità e conoscenza specifica dell’argomento, tempo a disposizione, risorse economiche dedicabili.
Da questo presupposto ne consegue che le qualità atletiche dell’adolescente medio sono piuttosto scarse. Questo aspetto cozza con l’alta richiesta di skills motori e caratteristiche fisiologiche richieste ad un giocatore di Football Americano.

Il Football Americano ha il grande vantaggio di consentire a qualsiasi tipologia morfologica di praticarlo. Il range fisico dei giocatori abbraccia praticamente tutto il panorama disponibile. Possono trovare spazio nel gioco sia atleti di piccola taglia sia quelli di più grandi dimensioni e massa corporea.
Tuttavia, qualsiasi siano le caratteristiche, è necessario essere “atleti”, in quanto si tratta di uno sport con alta richiesta di performance.

In Italia le basi di partenza nella scelta e strutturazione del giocatore partono da presupposti quasi diametralmente opposti, rispetto agli USA. Da loro si valutano essenzialmente le qualità atletiche del ragazzo, per poi costruire intorno le abilità tecniche. In Italia si cercano di capire eventuali attitudini motorie demandando lo sviluppo di tutte le caratteristiche fisiche a strutture esterne.

In ogni caso, il problema fondamentale rimane la qualità motoria dei ragazzi che arrivano al football. I migliori talenti sono appannaggio di sport più conosciuti, quindi molto raramente si hanno a disposizione profili di livello elevato. Da questo ne deriva che, non solo bisogna costruire il giocatore di football in senso specifico, ma spesso occorre prima sviluppare un lavoro di strutturazione fisica e educazione motoria.

PROBLEMA 3

Il fattore tempo diventa, in questo contesto, una variabile di primaria importanza. Il lavoro da sviluppare si capisce che è ampio e si segmenta su livelli diversi, coinvolgendo anche strutture differenti e più allenatori. E su questo elemento si evidenzia un’altro enorme gap tra USA e Italia; mediamente un ragazzo di high school (scuole superiori), dedica almeno due ore al giorno all’allenamento, per tutto il suo percorso scolastico (già dalle scuole elementari), favorito dal fatto che tutto si svolge all’interno di esso.
In Italia possiamo ragionevolmente pensare di allenare un giocatore una media di settanta/ottanta minuti al giorno per quattro/cinque giorni a settimana (90/120 minuti in campo e 45/60 minuti in palestra a giorno alterni); il più delle volte, però, questo ritmo parte nel momento in cui si viene a contatto con una realtà di football.

Alla base di tutto dobbiamo considerare: la cultura sportiva di base, gli spostamenti da e per le strutture sportive, il carico di studio, il rendimento scolastico e i problemi familiari (non secondari), tutti fattori disturbanti sulla regolarità di un programma.

PROBLEMA 4

Come evidenziato al punto 2, i principi di selezione ed educazione di un giocatore in Italia, risentono dei nostri problemi contestuali, in cui è inserito il Football Americano e genericamente lo sport. Ne deriva che all’interno dello stesso reparto (piccolo gruppo di atleti che svolgono lo stesso ruolo), si manifestino divari nella morfologia e nelle caratteristiche atletiche.
Negli USA godono di uno standard medio uniforme per ogni reparto, che si traduce in una facilità di standardizzazione del programma di sviluppo, sia tecnico che atletico; questo comporta l’opportunità di alzare la qualità dell’allenamento e massimizzare i risultati, poichè le criticità su cui focalizzarsi sono più o meno le stesse per ogni giocatore.
In Italia ci troviamo di fronte ad un panorama variegato che oscilla da ottimi a medi skills atletici, attitudini specifiche spiccate o scarse, queste ultime però magari supportate da grande passione (elemento da tenere in primaria considerazione).

Ma l’elemento che più di altro determina la differenza è uno skill mentale di fondamentale importanza: coachable.
Essere coachable significa l’attitudine di un giocatore ad ascoltare, imparare e applicare quanto viene trasmesso dai coaches. Presuppone umiltà, dedizione, capacità di ascolto, disponibilità ad accettare critiche (costruttive) e recepire le correzioni.

Queste caratteristiche sono scontate nel football d’oltreoceano, non solo per la specificità del Football Americano ma anche per la generica educazione allo sport; oltre a tutto ciò bisogna considerare la motivazione nel praticare Football Americano, non tanto per le prospettive di sbocco professionale, quanto per la possibilità di accedere ad opportunità di studio a livello universitario.
In Italia, purtroppo, c’è una diffusa mentalità legata al mondo del calcio, con tutto il carico di negatività che questo comporta.

In definitiva possiamo definire il ruolo del coach in Italia una sorta di “missione”, per fortuna non impossibile.

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